Presentazione

di Raffaella Aragosa

Isidoro Pennisi è siciliano, catanese, è un architetto, un architetto in agone, con dei principi solidissimi, è un docente, insegna all’Università di Reggio Calabria.

Isidoro Pennisi è un docente colto, appassionato, di quelli che non si fermano, non si limitano, non rimangono confinati dentro le frontiere anguste della materia di insegnamento dottrinale, Isidoro invade territori, pensa all’Architettura come Archè, Pricipio, la materia primigenia, dalla quale tutto proviene. Con la sua Architettura espansa guadagna spazi reali e immaginari della mente, crea colonie di pensiero e strutture salvifiche di interdisciplinarità. Quando un insegnante supera la disciplina ed assume l’insegnamento come compito di vita, con l’etica arcaica del cenacolo intellettuale nello spirito, allora diventa un maestro. Isidoro è un maestro.

Con i 5 articoli, che, gentilmente, ha voluto affidare al nostro sito, ci mostra una versione inedita della Calabria, una lettura profonda, radicale, e umana, che rivisita la Storia, per assicurare all’attualità quella interiore comprensione, che solo la conoscenza può consentire.

E al di là del riferimento specifico alla terra di Calabria, che “segna”  geograficamente il punto di dolore di una nevralgia del mondo intero, dove i punti di dolore sono tanti, un’urgenza, quasi apocalittica, che probabilmente, se non si affronterà con una condivisione sincera e volitiva di tutte le nazioni unite, sarà proprio la vera apocalisse del pianeta, e parlo qui delle dinamiche attualissime dei flussi migratori, al di là della Calabria vera, l’ipertesto di questi articoli è sempre la natura umana, la storia dell’uomo nel mondo, il senso della sua esistenza e la realtà del creato. Sempre il Microcosmo che confluisce nel Macrocosmo, come noi dell’Associazione della Storia Locale sappiamo bene.

Di seguito l’introduzione al lavoro, dello stesso Isidoro Pennisi.

NECESSITA’ DELLA FUGA E ARTE DELL’OSPITALITA’

(Mixofobia Occidentale contemporanea e cinque esempi storici delle virtù dell’ospitalità Calabrese)

Sull’orlo dell’ammutinamento

Un ferito grave si trova sul ciglio della strada che da Gerusalemme porta a Gerico. Dobbiamo aspettare un Samaritano che aiuti questo ferito? Dobbiamo guardare senza comprometterci che qualcuno faccia qualche cosa sostituendosi a ognuno di noi? Oppure tutti, indistintamente, in rapporto alle diverse funzioni e fortune, responsabilità e capacità di soccorso, lontananza o vicinanza dal luogo del soccorso, dobbiamo andare in aiuto senza aspettare un minuto di più e senza fare le normali analisi sui costi e i benefici che ciò comporta? Per i Cristiani è anche dalla risposta a questa domanda che dipende la qualità della vita oltre d’essa cui si andrà incontro. Per chi non crede, consegue la dignità dell’unica vita che si vive, e dal ricordo che di essa si lascia. In ambedue i casi, eludere questa domanda vuol dire consumare del tempo senza senso e direzione, senza una logica razionale e senza un sogno, senza un’ambizione e senza un orizzonte. In ambedue i casi, eludere a questa domanda (fare finta che la storia e chi ne incarna le movenze non la pongano), vuol dire essere nati solo in apparenza. E’ su questa base che la Misericordia si spoglia dai paramenti sacri per farsi vedere nuda e vegeta anche da chi non sa vedere la sostanza oltre il vestito che essa indossa. Chi è questo ferito che lungo la strada per Gerico sta soffrendo e morendo in solitudine? Sarebbe facile enumerare le tante figure possibili, reali, effettive.

Molti soffrono e sono feriti in maniera così palese ed evidente che finanche le nostre disattenzioni e miserie, che in primo piano ci rappresentano, si ridestano per un momento nel vederle. Sono molti i sofferenti che ci capitano tra i piedi nella vita, e tante volte noi, per un attimo, sospendiamo il flusso degli egoismi per prestare un attimo d’attenzione ed esercitare, sporadicamente, una forma di Misericordia. Quando stendiamo un elenco sommario d’ogni protagonista di una folla, però corriamo il rischio di non individuare l’ultimo tra questi: il più invisibile, il più indifeso, che in ultima analisi è il primo che va soccorso. E’ il primo perché è dalla sua salvezza che dipende quella della folla di sofferenti, che spesso elenchiamo senza differenze. E’ un nostro onere essere molto attenti, come lo fu il Samaritano, che non soccorse il ferito su un sentiero di montagna o su una piccola strada di campagna ma su un’importante e trafficata, piena di vita e di contraddizioni, dove camminavano e si dispiegavano le tante categorie della sofferenza. Una strada così frequentata che prima del Samaritano il ferito fu ignorato da tanti che non prestarono soccorso pur vedendolo. La strada per Gerico era Consolare, una via dell’Impero, e fu su quella che il Samaritano si compromise pubblicamente soccorrendo non un ferito qualsiasi ma quello che ne aveva più di bisogno, perché era appena uscito da un’aggressione. Allora pongo un quesito che rientra nella non aggirabile questione della libera scelta che gli esseri umani, storicamente determinati, devono prendere nelle condizioni che sono proprie alla nostra esperienza di vita: un tempo scarso e non infinito, dove sono presenti azioni diverse e possibili tra cui scegliere in base alle priorità e all’efficacia. Sulla strada che da Gerusalemme conduce a Gerico chi è oggi il ferito da soccorrere e accudire prioritariamente? La mia risposta razionale mi porta a dire che il ferito è colui su cui scarichiamo le violenze, materiali e morali, sociali e politiche, di una patologia collettiva che si può definire come “mixofobica”. Una patologia che sfocia in violenza morale, verbale e fisica, per via di una sottovalutazione delle difficoltà nel vivere insieme.

Da una parte alcuni intendono la pluralità come un valore gratuito, incontestabile, ineluttabile, progressivamente incontrovertibile.

Dall’altra, si è convinti che la commistione di etnie e classi sociali diverse sia il male principale, il fenomeno decisivo, dei problemi di convivenza contemporanei. Mondialisti e Sovranisti semplificano e rappresentano bene sia le due posizioni sia la maniera di vivere questa mixofobia. Queste due posizioni, soprattutto in Paesi in crisi politica ed economica, tendono a consolidare delle rendite di posizione che coprono ogni altra voce ragionevole. Producono delle strumentazioni legislative, un comune sentire, che nell’accavallarsi non risolvono la questione ma la aggravano più del dovuto. Una commistione di etnie o di classi sociali senza un’ingegnosa produzione artificiale di sintesi, da una parte, e un’autarchia etnica o di classe, dall’altra, sono strade senza uscita, sostenute con faciloneria da chi crede che tutto si possa fare e da chi usa la paura di fare. La “mixofobia” è oggi il terreno su cui misureremo sia la capacità di attingere alla misericordia nella vita personale, che si scontra giornalmente nei luoghi in cui si vive con altri esseri umani di altre etnie, sia, soprattutto, la capacità di immaginare e perseguire un futuro collettivo. La misericordia ha bisogno d’essere tradotta politicamente se si vuole con fatica riordinare le tensioni in essere, le difficoltà di convivenza, le differenze di classe sempre più acute, il senso di ammutinamento che sempre più serpeggia nelle comunità dell’antica Europa.

E si deve fare andando oltre i motivi aggiuntivi che, al momento, sembrano, ma non sono, la causa di questa patologia mixofobica. I contatti e gli impatti tra etnie su scala geografica e tra classi sociali interne a uno stesso ambito territoriale e culturale, sono una cifra costante e ancora non domata, che non riguarda solo la morale personale ma soprattutto quella pubblica. Allora dovremmo far ragionare la ragione. Non possiamo più confondere il problema strutturale dei flussi migratori storicamente fisiologici e necessari per una regolazione spontanea demografica del Mondo, con l’aspetto che esso ha assunto in questa fase storica. Non possiamo confondere le fisiologiche questioni che storicamente, e con cadenza conosciuta, mettono in rotta di collisione le Classi Sociali di una comunità specifica con quelle che caratterizzano questa fase eccezionale della nostra storia. Se la definizione di “mixofobia” ha un senso, ha però bisogno d’essere fondata. Se è realmente una nuova forma di patologia sociale che determina una malattia, un decorso e un pericolo di morte (non per la storia o per il mondo, ma per l’ordine costituito di questa fase della nostra civiltà) allora dobbiamo almeno provare a spiegare quale sia la causa, virale o batteriologica, o altro ancora, che ha acceso e alimentato il male.

L’alba del millennio in corso fu salutata dalla fine dell’adolescenza della globalizzazione, dalla nuova moneta unica europea e dal preciso segnale di rigetto, a questi e altri cambiamenti, segnalati ante litteram dalla polvere alzata dal crollo doloso di due grandi edifici nel cuore dell’Occidente. Lacombinazione dell’evoluzione di questi tre eventi propulsivi del primo secolo del millennio è, al momento, un intreccio che non sembriamo capaci di ordinare. Non è la prima volta nella storia umana, ma è la prima in cui ciò è vissuto attraverso una coscienza planetaria, contemporanea, che mette indifficoltà le risposte per via dell’uniformità e il conformismo delle idee in campo che l’azzeramento delle differenze culturali, prodotto proprio dalla globalizzazione, ha realizzato. Coloro che hanno la responsabilità di mantenere l’ordine costituito, frutto dell’attuale esito della convivenza democratica, vivono il ruolo con la netta impressione di non riuscirci. In quest’opera non sono aiutati da un menù d’idee inedite con cui provarci, e vedono le popolazioni, che soffrono quest’assenza di governo dei processi, manifestare forme di ammutinamento sempre più evidenti.

La destra e la sinistra politica hanno rappresentato le principali classi sociali protagoniste degli ultimi due secoli della nostra storia, ma al momento non riescono a trovare il bandolo della matassa di uno scenario storico che al momento vive di vita propria. Prima ancora di riallineare le convinzioni ideali e morali con lo stato di fatto che oggi rappresenta la destra e la sinistra politica, va detto che ambedue le attrezzature culturali non riescono più a governare il reale che, nel frattempo, si autogoverna in maniera extraistituzionale. La lenta e inesorabile delocalizzazione delle decisioni legislative verso consessi decisionali diversi da quelli istituzionali, ha fatto sì che il capitale umano migliore, più predisposto ad assumersi ruoli di governo, sieda ormai in questi luoghi e non nei parlamenti o nei governi. Questo capita non solo in Italia ma anche in Paesi con responsabilità strategiche più rilevanti. In questo quadro sono saltati anche i compiti storici della destra e la sinistra politica, che lasciano socialmente orfane le classi sociali che quindi subiscono la realtà senza alcun contenimento. Uno degli ambiti delicati dove quest’assenza è palese è quello dove si definiscono i valori e le idee aggiornate sullo Stato Sociale.

Regimi alimentari, prevenzione e cura sanitaria, legislazioni sul lavoro e previdenza sociale sono stati i quattro pilastri che pur non facendo scomparire le classi sociali, come alcuni presumevano, hanno però permesso a queste di convivere sulla base della garanzia di uno stesso livello di attesa razionale di vita, pur dentro le differenze della sua qualità. La cosa che stentiamo a comprendere in questo frangente storico, è che è stato proprio uno Stato Sociale oneroso quello che ha garantito un lungo periodo di pace nel nostro Continente e non, come i banali intellettuali del momento ripetono, il progetto di Unione Europea, che ne è solo un corollario.

La storia dello Stato Sociale è più pragmatica che ideologica. Nasce per merito non filantropico della destra politica storica europea, in Inghilterra e Germania, che la considerò la misura fondamentale per la stabilizzazione e la conservazione dell’ordine costituito. Una donna e un uomo che muoiono di fame, infatti, sono delle persone pericolose per l’ordine costituito. Le statistiche al momento stanno coprendo la parte oscura della divaricazione in corso tra le classi sociali. Questa divaricazione non è semplicemente basata sul reddito e sulla distribuzione della ricchezza, ma su un diverso livello di attesa di vita garantita alle diverse classi sociali che si andrà inevitabilmente a modificare e divaricare in non molto tempo. E’ evidente che nel momento in cui si consoliderà la consapevolezza di questa nuova realtà in divenire, le diverse classi sociali torneranno a essere radicalmente conflittuali, perché questa lunga pace sociale che abbiamo vissuto non ha modificato l’origine tellurica di una società di umani che, se lasciata al suo destino, tende a trovare equilibri sempre diversi in maniera violenta e non pacifica. A fronte di questa questione, la condizione culturale corrente non sembra percepire i pericoli e non ha, nella propria cassetta degli attrezzi culturali, degli strumenti inediti per forgiare una nuova generazione di sistemi di protezione sociale sostenibili che frenino il collasso dello Stato Sociale classico, che non possono essere riproposti e ripristinati come sono stati nel novecento.

Questo vale per il contrasto alla bassa natalità, per la salute, per la formazione del capitale umano, per la vita che segue alla fine dei ruoli lavorativi, ma anche per problemi nuovi e inediti come la gestione dei processi migratori di esseri umani e i nuovi profili demografici e di convivenza.

Essere dei cittadini del mondo, come oggi diciamo, e non più di una città, vuol dire essere dei cittadini di una città che non esiste se non come ipotesi retorica di principio. L’assenza di questa città e di questo luogo preciso per la cittadinanza è, però, un prerequisito della globalizzazione. Al mondo esiste una minoranza di persone che fa di quest’assenza di cittadinanza il suo copioso privilegio, ma ne esiste poi una maggioranza per cui tutto ciò si è già trasformato in una maledizione, che ha visto scendere la qualità delle attese di vita. Una maledizione che sta spingendo questa maggioranza, ormai non più silenziosa, verso un ammutinamento diffuso e globale, che assume forme diverse ma tutte destinate, se non si trova la maniera di cavalcarle e domarle, a far crollare l’attuale ordine costituito generale con le conseguenze che ciò comporterà. Le diverse maniere di reagire, al momento, sono più che altro delle reazioni non politiche ma ideologiche.

Sovranisiti e Mondialisti, Europeisti e Nazionalisti, rappresentano le due facce della stessa medaglia, e sono un vaticinio di ciò che il futuro ci riserva senon torniamo a usare un pragmatismo radicale, che i momenti difficili pretendono.

Pensare che tutto questo possa essere affrontato, come stiamo immaginando di fare in Europa, modificando le costituzioni, le prassi democratiche, gli equilibri dei poteri, mutando la democrazia da evento complesso in una questione matematica, maggioritaria, è una cosa da apprendisti stregoni. Non è una logica da condominio, in apparenza più veloce e più snella, quella che ci darà maggiori garanzie sulle lucidità delle decisioni e sulla loro giustezza. Socrate fu condannato a morte in un’assemblea democratica maggioritaria, veloce ed efficiente, per soli venti voti. Non solo quella decisione fu sbagliata ma non ottenne nemmeno il risultato funzionale immaginato, visto che Socrate non attese di diventare strumento di quella scelta e si tolse la vita prima. E’ insensato pensare che gli esiti della globalizzazione commerciale e finanziaria, che in maniera diversa pongono dei problemi sostanziali da risolvere possano essere affrontati semplicemente aumentando sempre di più la scala e la dimensione dello spazio geografico di libero scambio, e non intervenendo in quei meccanismi di regolazione che si sono persi durante quest’ampliamento geografico. E’ insensato immaginare che gli allargamenti di scala dei mercati, con limiti orami esausti, possano produrre qualche cosa di diverso dalla svalutazione del lavoro umano e dalla dismissione della capacità di realizzare opere materiali non effimere e grandi imprese di respiro  secolare.

In Occidente, invece di un ravvedimento razionale, sta invece montando una pericolosa illusione di fronte alle conseguenze dell’attuale ordine costituito. Questa illusione consiste nel contrastare questo passaggio storico intricato provando a semplificare i processi democratici, a diminuire i passaggi decisionali, a velocizzare le capacità di reazione ai problemi, a forzare e restringere i tempi utili per costruire il consenso, al fine di riprendere le redini dei processi economici e sociali globali, sfuggiti di mano. Non è un’illusione che contempla una svolta autoritaria che, rispetto alla democrazia, sarebbe almeno una ritirata strategica razionale. E’ un indietreggiamento senza programma, un principio confuso di fuga, la ricerca cieca di una linea del Piave, dove potersi attestare, ben più pericoloso di un ripiegamento autoritario.

In un altro momento del tempo, quando Re Giovanni d’Inghilterra, quasi settecento anni fa, si trovò di fronte alla ribellione di una classe feudataria non più disposta ad accettare le conseguenze del suo regale potere assoluto, comprese che per mantenere l’ordine costituito doveva devolvere parte di questi poteri, cambiare lo stato delle cose affinché continuasse ad esistere, e quindi progettò la conservazione dell’ordine costituito per non farsi travolgere dai suoi limiti. Per farlo elaborò la Magna Carta che, ancora oggi, permette a quell’ordine costituito monarchico inglese d’esistere. Non fecero la stessa cosa, in tempi diversi, soprattutto le dinastie regali francesi e russe, che per non aver capito ciò che aveva intuito Re Giovanni, ci rimisero la testa e la vita, insieme all’espulsione dalla storia dei rispettivi ordini costituiti.

La storia non ha senso se non se ne ha una coscienza. La sua utilità consiste nell’essere la riserva d’eventi già deceduti, analizzabili attraverso un’oggettività simile a quella di un Antropologo Forense.

La storia è cosa morta, contrariamente alla retorica che annuncia una sua vitalità. Un cadavere, però, è capace di dare delle informazioni, molto più ampie e oggettive, su di sé e sul tempo in cui ha svolto il suo compito rispetto a come normalmente sa fare un corpo vivo. Senza una coscienza della storia, ogni decisione non è semplicemente avulsa da radici culturali e sentimentali, ma si forma senza consultare i dati necessari affinché sfugga al caso o alla pericolosa eterogenesi dei fini. Termine in apparenza complicato ma che, ognuno di noi, conosce bene, perché si manifesta nella vita quando pensiamo un fine ritenuto giusto, ci organizziamo per garantircelo, salvo poi ottenere un fine completamente diverso.

All’inizio di questo millennio, ogni appuntamento del G8 era sistematicamente accompagnato da manifestazioni di piazza imponenti contro le politiche che si organizzavano per governare la globalizzazione commerciale ed economica. A quel tempo non credo che vi fosse nessuno tanto lungimirante da immaginare che, nel giro di poco più di un decennio, la scelta democratica su chi dovesse guidare gli Stati Uniti sarebbe caduta su un cinico e realistico critico della globalizzazione.

Carlo Giuliani troverebbe alquanto singolare aver partecipato agli scontri di Genova, trovando la morte, quando sarebbe stato sufficiente, quel pomeriggio, schivarla, andare al cinema, provare a vivere una decina d’anni per vedere i fenomeni della globalizzazione piegarsi di fronte ad alcuni limiti strutturali.

La stessa Hillary Clinton, se volesse farsi una ragione palpabile della sua sconfitta, non dovrebbe fare altro che parlare con suo marito, rivedere lucidamente gli anni della sua presidenza, durante il quale fu realizzato il sistema organizzato del commercio globale, furono stipulati i principali accordi economici e commerciali transnazionali. In futuro gli storici, con maggiore obbiettività di come possiamo fare oggi, forse troveranno il motivo per cui sia stata proprio la sinistra politica, sulla scia della contemporanea esperienza governativa di Blair e Clinton, a realizzare le condizioni per la più rilevante e geograficamente vasta discriminazione di classe d’ogni tempo, che oggi ci tocca dirimere senza sapere,  al momento, come farlo chirurgicamente.

Una situazione ben più esplosiva di quella che spinse le nazioni europee, all’inizio del novecento, a spingere la storia verso i conflitti che conosciamo.L’idea elementare di una rottura dei confini per il commercio, di una forte integrazione dei mercati, contiene una mancanza di realismo dolosa, drogato da ideologismo accademico e culturale. In questo si glissasulla disomogeneità dei diritti economici e del lavoro dei diversi mercati mondiali, ci s’illude del contagio virtuoso che le organizzazioni economiche del Primo Mondo avrebbero realizzato nei confronti di quelle del Secondo Mondo. Un ideologismo culturale e accademico, inoltre, che di fronte al fallimento di questo contagio, invece di prendere atto dell’errore, suggerì di agire sui nostri sistemi di welfare state, sottovalutando la sostenibilità e i rischi di riformarli, e iniziando a farlo senza rendersi conto che, in questa maniera, era il Secondo Mondo che stava contagiando il nostro.

Lo stesso progetto europeo, pur venendo da una rotta chiaramente politica, virò con decisione verso la realizzazione di un’economia unica europea, fornita di una nuova moneta, rallentando di molto il già difficile progettodi unione politica federale. La terza via, sociale ed economica, di Blair e di Clinton, l’esportazione della democrazia della famiglia Bush, la debolezza nel contrastare la virata economica imposta dalla Germania e dalla Francia al progetto europeo, sono i presupposti di un disastro ancora non completamente conclamato e che sarà difficile disinnescare. Questo incrocio d’idee senza respiro, non ha prodotto solo una situazione ormai senza controllo ed equilibrio, non solo ha disarticolato il

Secondo e il Terzo Mondo, ma ha minato l’ordine costituito delle democrazie parlamentari del Primo Mondo proprio nel suo baricentro: nel suo stato sociale. Se, come abbiamo già ricordato, un uomo che muore di fame è un pericolo per l’ordine costituito, è ancora più pericoloso, a ragion veduta, un uomo che dopo aver goduto d’agiatezza e sicurezza sociale per sé, avendo analoghe speranze per il futuro della sua progenie, si trova, in pochi anni, a fare l’esperienza opposta da quella promessa dal progresso e dallo sviluppo economico che la globalizzazione non ha mantenuto. Un uomo così è molto più pericoloso, perché non aspira alla rivoluzione o alle riforme, non ha in animo un nuovo ordine evolutivo, realista o utopico che sia, ma pretende che si ripristini semplicemente la situazione precedente.

Un uomo del genere non organizza un cambiamento ma si lancia verso un ammutinamento.

Non vuole il nuovo e non cerca la novità: vuole ciò cui era abituato e un leader che lo garantisca.

Le classi dirigenti, la nomenclatura che anima l’ordine costituito, devono convincersi che per sedare e incanalare l’ammutinamento in corso delle classi dirette, è necessario progettare e lanciare una terza grande fase storica di sostegno sociale, sulla scorta di ciò che avvenne durante la Rivoluzione Industriale e la ricostruzione del Secondo dopo Guerra. In ambedue le fasi non furono le forze politiche e sociali antagoniste a costruire i singoli modelli nazionali di welfare state ma i governi conservatori e moderati. Fu il senso di responsabilità e di autoconservazione, quella che spinse chi guidava e incassava i dividendi del cambiamento a investire quantità ingenti di risorse e d’idee nella costruzione di un sistema pubblico incardinato sulla salute, il lavoro, l’istruzione e la previdenza.

Il compito fondamentale del nostro tempo, è quello di inventare un welfare state globale e sovranazionale invece di ridurre e depotenziare quello nazionale, perché è nell’incrocio di quest’assenza e di questa riduzione che sta per deflagrare il sistema in cui viviamo. Ed è inutile fare degli esorcismi contro questo fenomeno, indicando ed etichettando gli esponenti che lo utilizzano cinicamente con aggettivi e sostantivi dispregiativi, oppure elencando le evidenze empiriche.

E’ mia convinzione, in generale, che la storia può essere letta come l’altalenante capacità di dare un senso razionale all’innato istinto di conservazione che non ha, come opposto, un altrettanto istinto di trasformazione.

E’ su questo istinto che dobbiamo puntare, progettando la conservazione, disegnandone la forma, facendo diventare, la stessa conservazione, il veicolo dell’evoluzione storica e sociale, com’è già più volte avvenuto nei lunghi secoli conosciuti. Serve un progetto politico di conservazione sociale, radicalmente pragmatico, che anticipi con vigore e coraggio il risorgere di una destra ideologica: non è il momento di “cavalcare la tigre”, errore già commesso in passato, ma di domarla.

Se stiamo ai fatti, per come sono, e non per come noi vorremmo che fossero, sia il progetto di Unione Europea sia la Globalizzazione, mancavano di una precondizione essenziale, da costruire prima e non durante: l’omogeneità minima, delle diverse realtà da comporre in unità. La disomogeneità degli stili di vita, delle pratiche di convivenza, dei sistemi politici e di quelli economici sono, ancora oggi, le caratteristiche di questo multilateralismo senza geometria. Una disomogeneità che si credeva risolvibile per via ideologica: le libertà economiche e la democrazia sarebbero state contagiose nei confronti di realtà ritenute semplicemente arretrate, pronte a sposare la civiltà liberale e di mercato. Il progetto diUnione Europea e i Trattati di Libero Scambio erano minati in partenza da due presupposti implosivi.

Il primo è la libera circolazione di tutti i fattori produttivi, in Europa e nel Mondo che, ancor prima elle differenze d’ingegneria politica e istituzionale, della moneta, della finanziarizzazione dell’economia, ha avvelenato i pochi pozzi esistenti nel già arido deserto creativo del liberismo economico.

Il secondo è la dimensione assunta dal mercato nel passaggio dalla dimensione nazionale a quella europea e globale, che ha distrutto le poche virtù di un’economia e di una società di mercato, nel momento in cui si è ignorato che la dimensione esatta, la massa critica, di questo mercato, sonoelementi “sine qua non” in un modello autosostenente, com’è quello, in ultima analisi, intuito da Adam Smith.

Sono queste due questioni, a dir poco elementari, ad aver innescato il surriscaldamento della reazione a catena del libero mercato, la crisi del reattore che produce energia economica. Come si reagisce, storicamente, di fronte a pericoli di questo tipo? O si fugge, o ci si ritira ordinatamente, os’insiste, con caparbietà e ottusità. Io credo che la coscienza della storia, indichi che il ripiegamento strategico sia la sola strada da perseguire. Lo stesso ripiegamento che portò gli Inglesi ad abbandonare la Francia portando in patria, attraverso la Manica, più uomini e mezzi possibili, in un’operazione epica ma fondamentale per la vittoria finale.

Lo stesso ripiegamento strategico che Annibale attuò durante la battaglia a Canne, in cui invitò, arretrando volontariamente, i Romani a sfondare il centro del proprio schieramento, dando loro l’idea della sua disfatta, ma finendo, alla fine, accerchiati e decimati come mai era successo, come mai avverrà nuovamente. Stiamo scegliendo questa strada? La pancia suggerisce la fuga e la mente, quando ignora molte cose, si affida ai principi e alla mistica della caparbietà. E’ in questo quadro che, come i funghi dopo la pioggia, escono i sovranisti e gli internazionalisti, i protezionisti e gli aperturisti. Che io sia d’accordo o meno, è la ragione che mi fa dire che l’Europa Unita e l’Integrazione Mondiale dei Mercati sono gli obiettivi strategici di lungo periodo, da porre alla base, però, di un grande ripiegamento storico da organizzare ora e in maniera multilaterale, prima chesia troppo tardi, prima che gli eventi non costringano tutti a una ritirata confusa, disastrosa che non lascerà indenne il Pianeta e riporterà indietro la lancetta di questo nostro ordine costituito verso posizioni al momento non immaginabili se non per difetto.

Ho voluto esporre il quadro delle cose per come le vedo, per introdurre cinque articoli elaborati per il Quotidiano del Sud nell’Estate del 2016, in cui si ripercorre la cultura dell’ospitalità calabrese, testimoniata da fatti storici documentati e di valore, per un motivo solo ma per me importante. Io hovoluto mettere le cose in chiaro riguardo alle questioni che confluiscono, in maniera pertinente e non, sul problema delle migrazioni di massa dal Sud verso il Nord del quadrante Mediterraneo. Ho voluto fare questo per non indurre in fraintendimenti nessuna delle due parti in causa che gestiscono male il dibattito e la questione. I cinque articoli, infatti, ricordano che oltre la storia, oltre la geografia fisica e politica, le idee, il pensiero sociale (e tutto quello che volete) maturiamo una natura umana e una maniera con cui coltiviamo la nostra dignità e il senso dell’onore, che sono, entrambe, le due misure primarie, prepolitiche, prestoriche, del nostro essere nel mondo.

Esiste una linea di continuità, un’eredità senza momenti di sospensione, che divide chi coltiva dignità e senso dell’onore da chi la elude. E’ come se la storia e le vicende non abbiano mai intaccato sia il valore sia la mediocrità umana, che ognuno di noi distintamente manifesta quando si trova di fronte a delle prove. La Calabria, in questo senso, contiene nella sua demografia ambedue le misure, che qui si manifestano da sempre in maniera palese e senza coperture e sovrastrutture contingenti offerte dal tempo, dagli stili di vita e dalle convenzioni culturali transeunti.

La Calabria ha un tasso di arcaicità (secondo me poco studiata nei motivi) che la fa essere, ancora adesso, una miniera a cielo aperto dell’anima umana, dove gli strati pregiati e quelli senza valore, si alternano come una stratigrafia umana evidente, esplicita e senza possibilità d’interpretazioni.

Se volete sapere cosa sia il meglio e il peggio dell’essere umano, in Calabria non si può non capire.

I cinque articoli raccontano la parte di valore (ma chi scrive conosce bene anche l’altra).

Dare ospitalità a chi fugge da qualche cosa o qualcuno, in Calabria ha voluto dire che la dignità e il senso dell’onore si possono solo spiegare in un solo modo: fare una cosa anche quando non conviene farla, quando se ne possono pagare prezzi altissimi, quando nulla obbligherebbe a farlo tranne la propria coscienza. Un certo tipo di calabrese riderebbe, quindi, delle facili parole d’ordine con cui un certo tipo di pensiero progressista rende ineluttabile, funzionalmente e ideologicamente, l’accoglienza, e riterrebbe indegno il solo condividere un metro quadro con colei o colui, che, volontariamente o per caso, trovandosi sulla rotta di qualcuno in difficoltà in mezzo al mare, non lo aiuti e non lo porti, costi quel che costi, sulla terra ferma.

Questo e solo questo, è l’argomento dei cinque articoli, e quindi a chiunque trarrà altre conclusioni io non posso che opporre un famoso aforisma di Karl Kraus: “Le tue parole non fanno altro che cadere ai piedi della mia più profonda indifferenza”.

di Isidoro Pennisi, 2019

Isidoro Pennisi è nato a Catania. Si iscrive alla Facoltà di Architettura di Reggio Calabria nel 1982 e si laurea con 110 e Lode nel 1991 con una tesi seguita dal Prof. Arch. Antonio Quistelli.
E’ abilitato all’esercizio della professione di architetto dal 1992, con iscrizione all’Albo della Provincia di Catanzaro.
Ricercatore Confermato presso la Facoltà di Architettura di Reggio Calabria nell’area ICAR17 (Disegno) La sua esperienza didattica e scientifica inizia come collaboratore ai corsi di Disegno e Rilievo condotti dalla Prof. Flora Borrelli e di Disegno Industriale condotti dal Prof. Antonio Quistelli, tenuti nella Facoltà di Architettura di Reggio Calabria: una esperienza che si ripete senza interruzioni dal 1992 sino al momento della sua presa di servizio come Ricercatore nel 2000.

Attualmente svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Architettura e Analisi della Città Mediterranea, dove afferisce, e presso il Laboratorio Modelli (ex Laboratorio Grafico e Cartografico e di Modelli Analogici e Tridimensionali) dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria.


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