di Lucia Vitale

Antonietta Vecchiarelli (23/12/1899- 1947), insegnante

Esile, delicata, di media altezza, capelli ricci ed incarnato bruno, così descrivono Antonietta Vecchiarelli quanti ancora la ricordano qui in paese. Si muoveva con grazia e movimenti pacati, parlava lentamente ,quasi alla ricerca di vocaboli precisi e, sempre, in italiano. E’ la maestra storica di Limatola, la prima,  punto di riferimento per quante si sono, poi, succedute. Nata a Ruviano il ventitre dicembre del milleottocentosessantotto, è arrivata a Limatola dopo aver insegnato a Vitienzo Acqua Fontana, a Caserta e a Squille. A Casale conobbe Ippolito Parisi e il cinque ottobre del milleottocentonovantanove entrò sposa in una casa costruita nella prima metà dell’ottocento. C’erano ad accoglierla i suoceri Ragucci Chiara e Parisi Alessandro, che avevano avuto ben cinque figli: Enrico, laureato in lettere e sacerdote presso la chiesa di S. Tommmaso Apostolo, Geremia impiegato, Ippolito, ufficiale postale dopo aver frequentato il liceo classico Giordano Bruno di Maddaloni, Carmela, morta in  giovane età e Gerarda. Giovane sposa, seppe conquistare l’affetto dei numerosi componenti della nuova famiglia con il suo carattere dolce, i modi concilianti e la grande capacità di “ ascoltare”. Nel giro di pochi mesi la elessero a confidente di quanti avevano bisogno di una parola di conforto.

 Ippolito era un bell’uomo, dal carattere deciso e piuttosto autoritario, ma si scioglieva di fronte ad Antonietta che, con voce delicata, gli suggeriva decisioni e comportamenti adeguati alle esigenze di quanti si rivolgevano a lui. Elvira Parisi, nipote di Ippolito ed Antonietta, mi conduce in quella che, ancora oggi, si chiama ” la stanza dei nonni”. E’ la prima, salendo le scale. Accanto c’è un’edicola con la Madonna di  Pompei, un quadro che ha più di cento anni. Di sera, era la nonna a raccogliere tutti i componenti della famiglia per il rosario. Ippolito lo recitava, mentre i figli, seduti sulla panca posta lì accanto, lo seguivano in un rituale abbastanza diffuso presso le famiglie di Limatola.

Antonietta accolse nella sua nuova casa la sorella Raffaella rimasta vedova ed a lei ne affidò l’amministrazione. Poteva così dedicarsi completamente alla cura dei figli e all’insegnamento, attività che svolse con passione e grande competenza. In una sola circostanza Raffaella, donna molto decisa e non sempre paziente, ebbe un vivace confronto di opinioni con il cognato, ma Antonietta riuscì a stemperare la situazione, sussurrando  al marito che Raffaella era stata sfortunata, che aveva avuto una vita difficile e che con lei bisognava aver pazienza. Ippolito ascoltò, si sistemò nervosamente i folti e lunghi baffi e rispose con voce sostenuta che lei era troppo buona, che gli altri approfittavano di lei, che in casa era lei a decidere, ma poi si arrese alle parole carezzevoli della moglie ed alla stretta di mano rassicurante e complice. Elvira mi indica, poi, il bellissimo pianoforte a coda con i tasti d’avorio ed aggiunge che lo suonavano sia il prozio Enrico che viveva in casa, che il nonno Ippolito.  Quest’ultimo si esibiva spesso, su richiesta della moglie che adorava ascoltare la musica mentre cullava i bambini, nei caldi pomeriggi d’estate. Dal loro matrimonio, infatti, nacquero quattro figli: Giuseppe,Tommaso, Chiara e Francesco. L’insegnamento e i figli l’assorbivano completamente. Elvira racconta che qualche anno fa incontrò Sciarretta Amalia che le ricordò di essere stata alunna della maestra Vecchiarelli e che tutto quello che aveva imparato lo doveva a lei; era una maestra piuttosto severa, ma le aveva inculcato valori divenuti fondamentali per la sua vita. Salvatore Cimmino portava sempre i fiori “alla sua maestra” quando si recava al cimitero. I fratelli Anna e Eugenio Carlino, ancora viventi, ricordano che la loro maestra  li puniva mettendoli in ginocchio su chicchi di granturco, oppure li colpiva con la bacchetta sulle mani, secondo un uso abbastanza diffuso i quei tempi, allorquando li trovava impreparati, ma era poi pronta a dispensare confetti, per premiare il loro impegno. Antonietta ha insegnato per ben quarantaquattro anni. Nel 1916 ebbe dal Provveditore un decreto di passaggio dalla categoria B V alla B IV, per lodevole servizio e nel 1927 conseguì il diploma di linguaggio grafico e d’arte infantile patrocinato dalle principesse Giovanna e Maria di Savoia.

E’ questa la relazione finale della maestra Vecchiarelli relativa all’anno scolastico 1929/30.

Aveva studiato a Capua dove aveva conseguito la “patente di grado superiore nel 1893,  un patentino per l’allevamento di bachi da seta e un’autorizzazione ad insegnare nelle scuole superiori.

Si era in pieno fascismo, la direzione didattica era ubicata a S. Agata dei Goti. La scuola iniziava il nove settembre e terminava il

trenta giugno. Lo stipendio dal primo ottobre 1923 era di £ 5600. Dal documento si evince che insegnava al Trivio in una pluriclasse, una seconda e una quarta, quarantaquattro alunni complessivamente.

Ventisette frequentavano la classe seconda e diciannove la quarta. Quell’anno furono bocciati nove ragazzi. La maestra riporta che gli alunni, nel corso dell’anno, si erano assentati per lavori agricoli, nei mesi della sarchiatura e della scerbatura dei cereali. Così annotava: ”occorrerebbe un’aula scolastica sufficiente a contenere la scolaresca altrimenti la disciplina ne risente. Sarebbe necessario  in questa frazione, che è la più popolata, un asilo infantile. Precisa nelle annotazioni, trascriveva che mancavano  la cassetta dei pesi e delle misure e le carte geografiche.

E’ inoltre riportato l’elenco dei libri di testo adottati. Si spesero nel 1929 £ 66 per l’acquisto dei libri per la biblioteca. Sfogliando ancora carte ingiallite e recuperate da un cassetto di un vecchio mobile,  Elvira, molto orgogliosa della sua ricerca, mostra una lettera di ringraziamento spedita dal provveditore di Benevento nella quale si ringraziava la maestra Vecchiarelli per aver inviato alle popolazioni colpite nel 1915 da un violento terremoto, una cassa di indumenti

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 Era questo un tratto del suo carattere che la faceva amare dalle persone che la conoscevano. Sensibile e generosa, si prodigava per quanti erano in difficoltà. .Tra i documenti c’è una comunicazione al Podestà in cui inviava l’elenco dei genitori che “per incuria” non facevano frequentare la scuola ai propri figli. Non è riportato l’anno, ma si evince che insegnava in prima e in terza, in tutto quarantacinque alunni, di cui solo quaranta pagavano l’iscrizione ed Antonietta chiedeva al Podestà chi avrebbe provveduto agli altri, classificati come poveri. .La vita in paese era difficile, le famiglie stentavano ad assicurare ai propri figli un livello di vita decoroso; molti decisero di emigrare e a Limatola rimasero le donne e i bambini. Era lei a guidarli e a sostenere le donne sole e timorose di essere state abbandonate  dai mariti partiti e da cui attendevano con ansia le sporadiche lettere. La maestra era molto presente nella loro vita,  scriveva e leggeva con il marito Ippolito le lettere provenienti dall’estero. S’impegnava, inoltre, costantemente affinché gli alunni studiassero e conseguissero un titolo di studio che permettesse loro di conquistare un futuro più dignitoso.

Tra le carte ci sono i compiti di Cennamo Antonio che frequentava nel 1930 la quarta elementare. Era probabilmente un alunno che le stava particolarmente a cuore, oppure intravedeva in lui quelle capacità che gli avrebbero consentito il riscatto da un’esistenza di grande sacrificio, certamente era preciso e molto ordinato. Le tracce del compito di italiano sono tipiche di un periodo in cui c’era la celebrazione del patriottismo, del lavoro agricolo e delle ricorrenze religiose. Bella grafia, corretta ortografia e buono come valutazione espresso da un’insegnante precisa e piuttosto rigorosa.

Gli anni trascorrevano tra la scuola e i figli, che ormai erano divenuti adulti; Francesco aveva deciso di seguire le orme della madre, si era dedicato all’insegnamento, mentre Giuseppe e Tommaso avrebbero probabilmente intrapreso il percorso lavorativo di papà Ippolito, divenuto, in quegli anni, Podestà del paese. Aveva ormai raggiunto i quaranta anni di servizio e avrebbe voluto andare in pensione, ma a Limatola, mancavano le insegnanti che la sostituissero. Le chiesero di attendere ancora un po’ e lei non se la sentì di abbandonare “ i suoi ragazzi”. Rimase ancora quattro anni ed andò in pensione nel 1938.

Era tranquilla perché passava il timone alle nuove leve che dimostravano grande competenza e consapevolezza del ruolo che rivestivano in questa comunità.

Si dedicò completamente alla famiglia, i figli si sposarono e lei attendeva con ansia l’arrivo dei nipotini. La casa era grande e lei già sentiva il chiacchierio dei bambini nelle stanze un po’ silenziose e le manine sollevarsi verso gli alberi del rigoglioso giardino ricco di albicocchi, prugni, ciliegi e fichi. Era il luogo del rifugio per tutti; tra quegli alberi si è raccontato, confidato, pianto e sognato allora e negli anni a venire .

Tommaso aveva sposato negli anni trenta Teresa Bernard, insegnante a Limatola, Francesco sposò Edvige Iovine, anche lei insegnante. Quest’ultima ebbe come prima sede Montefalcone Valfortore e lì conobbe Maria Giovanna Vitale, detta Nina. Nacque tra di loro una profonda amicizia ed Edvige le volle far conoscere il cognato Giuseppe, e così ci fu un nuovo matrimonio.

dedica di Giuseppe a Giovanna

I primi nipotini crescevano e volevano “ascoltare” dalla nonna e la maestra ricominciò a raccontare come ai suoi ragazzi a scuola: in quella casa nel 1860 era passato Garibaldi con un gruppo di soldati ed aveva chiesto cibo e riposo per sé e per i  suoi. Era stato loro offerto pane fresco, formaggio, frutta e vino, ma si tramanda che Giuseppe Garibaldi accettasse volentieri tutto, tranne il vino, perché la strada da percorrere era lunga e bisognava essere attenti e sempre all’erta. I bambini di Tommaso e Teresa, Antonietta, Anna , Ippolito, Marietta ed Enrico ascoltavano con occhi incantati ponendo mille perché, mentre Edvige accarezzava le teste dei nipotini, beata, perché dopo qualche mese avrebbe partorito anche lei. Era il 1941, Edvige ebbe un bel bambino che chiamarono Geremia come il fratello del nonno. Purtroppo ci furono complicazioni; c’era la guerra, non era facile trovare le medicine adatte, ed Edvige era sempre più debole. Decisero di trasferirla a Benevento, in ospedale e lei si allontanò sorridendo e dicendo a Nina che era tranquilla, perché lì l’avrebbero sicuramente curata meglio. Non ce la fece, non rivide più il suo bambino, perché morì dopo qualche mese. Antonietta ed Ippolito si presero cura del nipotino con la nuora Nina. Francesco era completamente distrutto dal dolore! Tutta la casa divenne improvvisamente silenziosa ed Antonietta sempre più triste. Ippolito si sforzava di consolarla e la esortava ad uscire, qualche volta, in carrozzino sul quale aveva sempre pronta una copertina per lei che le appariva sempre più esile. Durante i pasti era Ippolito a passare le pietanze preparate da Raffaella ed il primo piatto era sempre per la moglie e Nina, le donne importanti della casa. Spesso  Antonietta allontanava il piatto dopo aver solo assaggiato il primo boccone e si dedicava al nipotino rimasto solo.

Geremia è stato sempre molto amato da tutti i componenti della famiglia e soprattutto dalla “zia Nina” alla quale Antonietta lo affidò alla sua morte, che avvenne nel 1947. Ippolito la seguì nel 1953.

Nella casa al Trivio nasceranno altri bambini: Enrico, Carmela, Fernanda ed Elvira (nella foto con le cugine). Geremia è stato ed è sempre il fratello più grande.

Ancora oggi Antonietta Vecchiarelli è “la maestra per eccellenza”, la ricordano ancora in molti e l’hanno apprezzata e seguita  soprattutto le altre  maestre “storiche “, che hanno dato continuità al suo messaggio culturale ed umamo a Casale: Angela Giannini, Maria Passerini,  Teresa Di Cerbo e tante altre, fino ad Elvira Parisi che insegna da anni a Casale e che ha conservato, con grande amore, le memorie di una nonna tanto stimata.

autore: Lucia Vitale



7 commenti

GDF · 23/03/2019 alle 23:13

Una storia bellissima che evoca tempi purtroppo passati. Vedere mia figlia (che della maestra Vecchiarelli reca qualche goccia di nobile sangue e di nonna Nina ricorda il profilo gentile ed austero) leggere sorpresa ed interessata queste righe ha suscitato in me un guizzo di sincera commozione…

Giuseppe De Felice · 24/03/2019 alle 8:46

È stato bellissimo ripercorrere in questo racconto luoghi ancora oggi pieni di vita e leggere di persone e fatti che ancora oggi spesso sono oggetto delle chiacchierate domenicali in famiglia! Grazie

Raffaella Aragosa · 24/03/2019 alle 17:26

grazie a voi che leggete!

Loreto Parisi · 06/08/2019 alle 0:17

Ringrazio infinitamente l’autore per questa bellissima biografia. Mio nonno era il maestro Francesco Parisi, la maestra Vecchiarelli la mia bisnonna, il piccolo Geremia è mio zio. Molto di quanto ho letto qui lo apprendo solo ora e per questo sono grato all’autore!

    Arshistoriae · 01/09/2019 alle 13:49

    Gentile Loreto, grazie per averci consegnato questo commento bellissimo all’articolo!

Francesco Parisi · 08/08/2019 alle 14:11

Commovente leggere la storia della nostra famiglia e di mnonno Francesco. Sono Francesco Parisi, figlio di Alessandro, nato dal secondo matrimonio di Francesco con Emilia Bucci, dalla quale ha avuto 4 figli: Anna, Goffredo, Alessandro appunto e Giovanni.
Non conoscevo la storia della nostra bisnonna, davvero grazie.

    Arshistoriae · 01/09/2019 alle 13:50

    Gentile Francesco, le storie delle belle famiglie alimentano la storia della nostra Terra!

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