di Lidia Di Lorenzo

Il venerdì che precede la Resurrezione di Gesù è una delle ricorrenze liturgiche che maggiormente ha motivato gli uomini delle varie comunità a vivere con segni propri il giorno della riflessione e della penitenza. Nei tempi in cui non c’era ancora la televisione, che ha contribuito ad omologare riti e usanze, erano tante le rappresentazioni sulla passione e morte di Gesù che ancora oggi alcuni gruppi familiari, nella frazione A.G.P. di Limatola sono indicati col nome di I Pilati, come ci sono anche i figli e i nipoti di Gesù Cristo, in ricordo di colui che interpretava la parte del Prefetto della Giudea che si lavò le mani e di colui che su un palco costruito alla meglio con assi di legno si faceva ergere sulla croce, con le ferite del martirio dipinte sul corpo. Le rappresentazioni avvenivano sotto la regia di solerti sacerdoti che, mentre formavano le coscienze, coinvolgevano i cittadini in manifestazioni teatrali altamente istruttive ed educative.

La processione, che in quasi tutti i paesi oggi è divenuta una Via Crucis itinerante, era una volta improntata ad una maggiore semplicità e velocità in quanto seguiva una lunga funzione religiosa che si svolgeva in Chiesa. Si trattava delle “tre ore di agonia”, durante le quali il parroco, dall’alto del pulpito di legno, percorreva la passione e morte di Gesù, secondo il racconto dei Vangeli, soffermandosi sui momenti più dolorosi e significativi del calvario e invitando i presenti a riflettere sulle proprie debolezze e a pentirsi dei propri peccati. Il tempo scorreva lentamente, tra il dormiveglia di molti, e solo quando l’oratore annunciava la morte di Gesù tra i due ladroni, fatto un momento di commossa contrizione, tutti si alzavano in piedi perché era tempo di uscire in processione. Il grande crocifisso di legno veniva issato sulla base per il trasporto a spalla, seguito dalla statua della Madonna addolorata. Prima e dopo di essi si formava il corteo. Davanti i piccoli, custoditi dalle istruttrici della dottrina e dell’azione cattolica e il parroco, poi le pie donne, gli uomini e il popolo. Ai lati del corteo un accorrere di ragazzi che, incuranti di ogni solennità del momento e cogliendo di esso solo l’aspetto folcloristico, si arrampicavano per le siepi. Con le loro mani già indurite dal freddo e dal precoce lavoro manuale, raccoglievano rami di spine, insensibili ai graffi che essi procuravano, li intrecciavano a formare delle corone e con queste si cingevano la testa, così come Gesù sulla croce. Poi ne offrivano a chi era incolonnato nel corteo e di nuovo un salto nelle siepi a raccogliere altre spine per farne altre corone, mentre gocce di sangue imbrattavano il loro volto e le loro camicie. In coro tutto il popolo cantava: “Sono stato io l’ingrato, Gesù mio, perdon pietà!”, che il reduce dalla prima guerra mondiale, zoppicante su una gamba di legno, traduceva in: “Siamo stati a Stalingrado, Gesù mio, facevamo pietà”. Ma non per questo era meno contrito e devoto degli altri. Il percorso era quello che si conserva con qualche piccola variante ancora oggi. Si usciva dalla porta laterale, che si apriva allora sul muro di cinta della chiesa dell’Annunziata e si raggiungeva la contrada Trivio, poi La Cisterna, e per via Tutti i Santi e Via Annunziata si faceva ritorno in chiesa, dove c’era l’ultima benedizione. Si ritornava a casa che era già buio, e qui su un tavolo di legno rotondo, pastiere, torte rustiche ripiene, torte dolci con la crema, casatielli, si mostravano nella loro bellezza e invitavano con il loro profumo. Ma nessuno poteva toccarli fino a quando si “scioglieva la gloria” il sabato sera. Allora, al suono festoso delle campane, tutti baciavano il suolo e correvano ad assaggiare i dolci finalmente liberi dal serpente che vi dimorava.


autore: Lidia Di Lorenzo


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