di Isidoro Pennisi

   La Calabria è sempre stata terra di migrazioni e di rifugio, agevolate da una geografia che offre erte imprendibili, anfratti invisibili. Greci, ebrei, rom, albanesi, tra gli altri, si stabilirono sulle montagne dell’interno, sin da sempre, ma, soprattutto, dalla prima metà del quindicesimo secolo. La Calabria, però, fu terra di rifugio anche per una realtà comunitaria meno conosciuta, ma che fu protagonista di una tra le più terribili pulizie etniche della storia europea: l’Occitana. La distruzione della civiltà Occitana, nel tredicesimo secolo, segna non solo l’eliminazione di un modello di convivenza storicamente determinato, già alternativo a ciò che si stava vivendo, ma rappresentò una scelta ancora oggi gravida di conseguenze per chi la perpetrò in nome dell’unità della dottrina cristiana, organizzando una Crociata interna e continentale, se così si può dire, tesa a eliminare un’esperienza politica audace e pericolosa. Un’esperienza, però, con profondi valori trascendenti: obbedienza, amore, libertà e parità, soprattutto. Per capire come fosse labile e, per certi versi strumentale, l’apparato ideologico e di fede in calce a quell’impresa bellica, basti pensare che, quando i Crociati entrarono ad Albi, dopo averla espugnata, Simon De Monfort, che li guidava, nel chiedere come potesse distinguere i cristiani dai catari (i fedeli a Dio da quelli fedeli a Dio) si sentì rispondere così: “Uccidili tutti, perché Dio, certamente saprà, come riconoscere i suoi”. I superstiti si dettero alla fuga verso la Liguria e il Piemonte, attraversando le Alpi, come fece Annibale secoli prima. Trovarono ospitalità soprattutto nella parte alta del Piemonte. Alcuni, però, non si fidavano di quella distanza dalla Provenza, e scesero a Sud dell’Italia, dove, come sempre, si trova la Calabria come ultima frontiera e scelta geografica. E fecero bene, perché secoli dopo, quella stessa comunità Piemontese, nuovamente, fu perseguitata. Chi erano gli Occitani e che cos’era la religione Catara? Non posso arrogarmi il diritto di saperlo, se non per le letture normali che andrebbero sempre fatte. Tendo, però, a non sottovalutare chi ne sa più di me, quando soprattutto è una figura di cui si ha fiducia.

Fu Simon Weil, nella sua brevissima vita, a occuparsene per via di un’affinità che lei sentiva con i valori incarnati da quell’esperienza sociale e filosofica, ancor prima che religiosa. Sentiva che la Francia, così come lei la viveva, era monca, in maniera disperata e inconsapevole, di quell’esperienza cancellata dagli annali della storia. “In Provenza maturò uno spirito cavalleresco in cui la parità nella diversità rendeva inutile il concetto di uguaglianza, del tutto oscuro, che ancora ci pervade. Quella parità che rende non confusi e non divisi i Cavalieri della Tavola Rotonda pur nelle loro differenze di lignaggio. Pari, perché tutti seduti in cerchio ed equidistanti dal centro. In Provenza, prima del genocidio, si andava preparando una civiltà della città diversa, in cui lo spirito cavalleresco e quello civico, postulavano in sé un destino diverso” Alcuni di loro arrivarono, probabilmente, costeggiando il Tirreno, tra Fuscaldo e Cetraro, e da lì s’inerpicarono, per sicurezza, verso la Catena Paolana, e in pochi chilometri dal mare, a circa cinquecento metri di altezza, fondarono il loro nuovo posto, dove vivere, al sicuro. Una sicurezza data dalla riservatezza degli abitanti del luogo, numericamente bassi, e da una geografia che la geologia aveva pensato bene di rendere intricata.

E tutto funzionò per un paio di secoli, fini a quando, questa comunità che si era tenuta alla larga dalle scelte difficili, memore della sua storia, non decise di tornare a farsi vedere quando decise di seguire la Riforma Protestante. La Santa Inquisizione, a quel punto, decise di finire il lavoro che due secoli prima altri avevano iniziato. Centinaia di abitanti, uomini, donne, bambini, furono passati per le armi e, per sradicare anche il ricordo degli Occitani, si vietò l’uso della loro lingua e il matrimonio tra i sopravvissuti. La comunità, però, pur costretta a cedere continuò in segreto a mantenere in vita la storia, la cultura degli avi, e la lingua.

La Calabria non era riuscita a difenderli, in questo caso, anche perché furono loro a esporsi e a riemergere, a sospendere la latitanza, per compromettersi coraggiosamente in quella nuova fase della storia. La stessa Calabria, però, una volta placatisi gli eventi, tornò a sigillare quella nicchia antropologica e culturale portandola sino a oggi. E questo è un grande merito, almeno per il futuro. Simon Weil, se fosse ancora viva, verrebbe in Calabria solo per ringraziare  per questo.

Nelle pagine de “I catari e la civiltà mediterranea”, dedicate alla Civiltà Occitana, elaborate a Marsiglia nel 1942, lei descrive la parabola discendente dell’Europa e della civiltà occidentale, il bivio imboccato proprio nel dodicesimo secolo. Rileggendo la Chanson de la Croisade Albigeoise (scritto in lingua d’Oc e che descrive le ultime fasi della civiltà occitana) Simone Weil spiega con chiarezza e forza le conseguenze del massacro degli Albigesi voluto dalla Chiesa e dal Re di Francia. “Quell’esperienza trovò la sua espressione estrema nella religione catara, occasione della sua sventura. Quel Paese che è morto e che merita di essere pianto, non era la Francia. Si rifaceva alla vocazione spirituale della Grecia antica, nutriva la carità verso il prossimo, espressa con una purezza mai più superata. Il Paese occitano era tollerante. Una volta distrutto, l’Europa si ripiegò su se stessa e presto non uscì più dal territorio del suo continente se non per distruggere.” Quel massacro, la cancellazione antropologica di una comunità, sono i germi che hanno infettato ciò che noi chiamiamo, oggi, civiltà occidentale.

Il solo fatto che in Calabria, ancora adesso, nel profondo del Mediterraneo, nei luoghi più vicini alle fonti primigenie e identitarie di ciò che si può definire Ellenico, esista e resista la memoria operativa salvata a un genocidio, rende onore a questa Terra e a questa geografia, con un senso dell’onore e dell’amore arcaico. Il senso dell’onore e quello dell’amore sembrano coincidere, quando sono autentici, dentro una stessa traiettoria. In ambedue i casi, infatti, si possono riconoscere, senza avere dubbi, ogni qual volta non si può fare altro che compiere una certa azione, o unirsi a una certa persona, anche se razionalmente non conviene.

Quando, pur essendoci molte altre e diverse possibilità, queste sono tutte senza onore e senza amore ma solo più convenienti.

 

autore: Isidoro Pennisi


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