Le Avvetnure del professor Aragosa, PRIMA PUNTATA


di Lidia Di Lorenzo

     Dopo una provata carriera da docente nella scuola media della natia Limatola, il prof. Aragosa vince il concorso a Preside e viene destinato a Baiso in provincia di Reggio Emilia. Contemporaneamente anche il cognato vince il concorso e viene destinato a Rufina di Firenze. Per andare a conoscere queste sedi decidono una spedizione in macchina con le rispettive mogli. Si avviano in quattro e raggiungono per prima la sede di Rufina. Non c’è il navigatore nell’auto e neanche tante insegne lungo la strada. E non esistono ancora i telefoni cellulari. Si fermano più volte lungo il percorso e chiedono indicazioni. Non ne ottengono facilmente, perché non si tratta di Rufìna, come pensano si pronunci, ma di Rùfina. Raggiunta la cittadina, prendono contatto con la sede scolastica, tra la dissimulata diffidenza del personale e della gente del posto, che negli anni ottanta, prima dell’arrivo degli immigrati, conservavano forte il pregiudizio per coloro che abitavano a sud di Roma.

Essendo la cittadina abbastanza ospitale, si prospetta la possibilità di abitare in loco con tutta la famiglia, così, abbastanza tranquilli proseguono il cammino alla volta di Baiso. Il paesino è ubicato sulle colline interne del territorio emiliano e per raggiungerlo occorrono ancora alcune ore. Si fa sera, mentre ci si inerpica fra i calanchi, che finalmente, dopo averli studiati sui libri di scuola, si mostrano nella loro realtà: grandi solchi scavati nelle rocce dalle acque dilavanti e dalle nevicate, frequenti in quelle zone. Anche qui si ripete la scarsa possibilità di comunicare con i passanti, in quanto il posto non si chiama Bàiso, ma Baìso, e il linguaggio locale dall’accento spiccato è poco intellegibile. Si rivolgono ad un alberghetto per informazioni. Ne ottengono e, con un certo sgomento, apprendono che l’unica possibilità abitativa è costituita proprio da quell’albergo, pieno d’estate, ma disponibile nel periodo autunno inverno, gestito da una gentile albergatrice di nome Otile. Si apprende che la scuola è piccola, quindi presenterà pochi problemi. A parte la posizione geografica, la cosa è fattibile. Tutto sommato poteva andare peggio. Presto arriverà il trasferimento al sud e tutto sarà risolto, nel giro di un anno.

In seguito a raccomandazione telefonica di Otile, si individua più giù un posto dove andare a mangiare un boccone e pernottare. Si giunge lì fatica. Contenta, la proprietaria mette a disposizione due camere da letto e invita gli ospiti a sedersi per la cena. Una sbirciatina in cucina mostra due gatti neri che passeggiano comodamente sulle tagliatelle, che alcune donne stanno facendo a mano, su quelle già tagliate e su quelle da tagliare, tutte stese sui ripiani delle fornacelle, quei tipici piani di cottura che qui erano già scomparsi da tempo. Un telefono appeso al muro gronda di grasso nero, e tutto è simile. Passata la voglia di mangiare, si provvede ad andare a letto, stanchi per l’intera giornata trascorsa in macchina. La notte passa insonne. Una cavalleria di topi percorre in largo e in lungo il soffitto delle camere in maniera incessante, facendo un rumore inquietante che non favorisce il sonno. La mattina seguente si paga una piccola somma e si segue la direzione per l’incivile sud.

 L’estate, si sa, finisce subito e infatti arriva il fatidico giorno di partire. Il professore parte senza famiglia, col treno, che impiega circa otto ore per arrivare. Ma arriva a Reggio Emilia, e quindi per raggiungere Baìso occorre prendere un pullmann. Tra la stazione e la fermata pullmann ci sono circa due chilometri di distanza, che gli emiliani, forse ispirandosi a un altro sistema metrico, valutano di duecento metri. Carico di valigia, arriva al mezzo pubblico e finalmente a Baìso.

L’indomani a scuola ha una accoglienza fredda. Viene dal sud, perché il suo cognome finisce con la a, glielo fanno notare subito. I loro cognomi terminavano tutti con la i. vocale più nobile evidentemente.

Di carattere riservato, e dall’aspetto conciliante, entra tuttavia facilmente nella benevolenza dei docenti, del personale e della gente, in quel piccolo paese dove il barbiere è donna e il postino fa il sindaco. Questi, prima fa il giro del paese per distribuire la posta, e poi si siede alla scrivania dell’ufficio, per esercitare la sua funzione di sindaco.

Sono passate poche settimane, quando due docenti si presentano a lui per porgli una difficoltà, con aria solenne e molto preoccupata. <Preside le segnaliamo il problema colombi>. Forte della sua recente preparazione, il professore, da poco preside, e non ancora assuefatto al cambio di denominazione, dà fondo a tutte le sue conoscenze per capire quale problema didattico abbia quella definizione. Non trovandone, allaga la sua indagine mentale e ricorda che c’è un politico con quel nome: Emilio Colombo. Pensa di aver sentito male e che per abitudine in quel luogo si trasformi ogni desinenza in i. Va col pensiero a qualche legge che porti il nome del ministro.  Niente! Non affronta il discorso con nessuno, per non far trapelare ansia ed inesperienza e resta per lungo tempo nel dubbio. Ma un bel mattino, è passato ormai qualche mese, il Preside, affacciandosi alla finestra, vede due bei colombi che svolazzano intorno alla scuola e si posano sui davanzali. Allora per creare con gli astanti un clima cordiale, al quale era abituato nella sua bella e solare scuola paesana, esclama: Che bei colombi!

<Come! dice un professore, quello è il problema colombi!>

Una bella famiglia di volatili si è stanziata nel vano aperto sotto il tetto e lascia tracce evidenti della sua presenza sulla soglia dell’ingresso, incurante del vocio dei ragazzi e delle continue minacce del personale.

Il Preside, finalmente liberato dall’angoscia, dà un sospiro di sollievo.

in foto: dal Web, Erik De Groot, i calanchi di Baiso


autore: Lidia Di Lorenzo, foto della miniatura: una cartolina antica di Baiso, dal web



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