L’attività socio-sanitaria nel Regno delle Due Sicilie prima dell’ Unità d’ Italia

di Rodolfo Di Lorenzo

 

E’ doveroso da parte mia, prima  di iniziare la trattazione dell’argomento che mi è stato affidato,  rivolgere un pensiero affettuoso ma carico di commovente tristezza all’indimenticabile Peppino Aragosa, insigne studioso , che ha dato lustro a questo paese  che gli ha dato i  natali , scoprendone e studiandone le origini e narrando con ineguagliabile  maestria i costumi e le mutazioni verificatesi nel corso dei secoli.

E’ stato uno studioso degli Autori  classici, latini e greci, che ha saputo interpretare con puntigliosa maestria e precisione , riconoscendo  ad ognuno di essi la giusta collocazione ed importanza .

 Per alcuni autori latini, poeti e storici , ne ha ipotizzata anche la presenza fisica od almeno il passaggio in questi luoghi nostrani, attraverso scrupolose ricerche documentali nel  rispetto rigoroso delle regole imposte dalla comunità scientifica.

Uno per tutti,  Tito Livio, a cui è stata intestata, per esplicita richiesta del professore Aragosa, una strada, nell’ambito territoriale di Limatola,dopo averne accertato  il sicuro transito durante uno dei  viaggi che il poeta avrebbe effettuato in “terra di lavoro” e nell’area “capuana”.

E’ stato mio collaboratore, quale vice-sindaco,nel mio primo mandato amministrativo negli anni ’70, dividendo il suo tempo tra i suoi studi e le esigenze dei cittadini.

 Un uomo che non si può dimenticare.

Tramandarne la memoria rappresenta un imperativo categorico per tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo. Ed io tra questi.

Ecco perché ho accettato, pur essendo chi parla, anagraficamente datato ed ormai fuori dal contesto delle manifestazioni celebrative , di partecipare a questo incontro che mi offre anche la possibilità di intrattenermi su un argomento che mi appartiene , la Medicina,o, quanto meno, mi è appartenuto in un tempo non ancora del tutto  dimenticato .

Mi intratterrò , come da richiesta, sulla storia della medicina ,  limitatamente a “L’attività socio-sanitaria nel Regno delle Due Sicilie prima dell’ Unità d’Italia.

La storia di quel periodo va subendo interpretazioni sempre più realistiche  e veritiere da parte di studiosi contemporanei,(abbiamo il piacere della presenza di un grande  studioso e conoscitore di quella fase storica, Gigi Di Fiore) per cui si assiste alla caduta di certi miti, oscurati dalla barbarie stragista perpetrata contro il popolo meridionale. Ma di ciò hanno parlato e parleranno , il Prof. Gisondi ed il Prof. Natale.

Il Regno delle Due Sicilie fu uno Stato sovrano dell’Europa meridionale  costituito  nel dicembre 1816 allorchè , Ferdinando IV di Borbone fuse  il regno di Sicilia e quello di Napoli , fino allora governati entrambi dallo stesso Ferdinando.

Passando al mio argomento va premesso che.

 la trattazione della Scienza medica del periodo Borbonico non può prescindere  dal  menzionare un’altra e gloriosa scuola di medicina della Campania che è la Scuola Medica Salernitana di cui  quella Borbonica può considerarsi la degna ed altrettanto nobile prosecuzione.

 Il primo riconoscimento legale della Scuola Medica di Salerno compare nella  Costituzione di Melfi del 1231, un complesso di leggi che manifestano la modernità di vedute di Federico II di Svevia, impegnato a riformare un regno dissipato e confuso dalla pratica feudale e cercando di ripristinare al meglio la tradizione romana che sosteneva l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Nel libro III della Costituzione di Melfi troviamo 11 articoli sulla Disciplina Sanitaria , divisi in due grandi argomenti : il Primo conteneva norme di Deontologia Professionale  ed il secondo, le regole di Igiene e Pulizia.

La Pratica Medica diventerà una dottrina soltanto dopo il XII secolo grazie agli impulsi culturali di un monaco Benedettino,poi Vescovo di Salerno, Alfano I.

Ma per comprendere la storia della scuola Medica Salernitana e  di quella Napoletana, del periodo Borbonico, è necessario approfondire le tematiche culturali che spesso hanno portato in conflitto le due città della Campania, leadership del bacino mediterraneo, Salerno e Napoli, antagoniste del sapere, nel tentativo di imporre  l’una il primato sull’altra.

In queste divergenze si traggono anche motivi della definitiva soppressione dell’Istituto Medico della città, Salerno, che ha dato all’Europa il primo sistema universale degli studi e della scienza medica. Ne è un segno significativo, il gesto di Corrado di Svevia, il quale, nel 1252,  trasferì a Salerno, anche se per poco, l’Università di Napoli per punire la città di Salerno che, dopo la morte di Federico II, si era associata ai moti eversivi scoppiati in quel periodo contro la stessa dinastia.

Da ricordare anche l’annosa polemica tra le due Scuole mediche : la cosiddetta  “questione della matricola”. Ovvero , per il conseguimento della laurea, gli studenti di Napoli erano obbligati alla frequenza accademica, mentre a Salerno ,trattandosi di uno Studio libero e non di una università Regia,bastava un esame conclusivo ed una semplice dichiarazione di frequenza per accedere al titolo.

Ovvia la feroce opposizione dello Studio Napoletano alla prassi della scuola di Salerno di “Dottorare senza matricola”.

La vicenda si concluse negativamente, e potremmo dire tragicamente per Salerno, durante il periodo di riorganizzazione della pubblica Istruzione sotto il Regno di Gioacchino Murat, nel 1811, dove si decretò implicitamente la fine della secolare istituzione ,riconoscendo soltanto alla Università di Napoli la facoltà di rilasciare Diploma di Laurea.

Quindi resta soltanto una continuità scientifica , pur tra tante problematiche e reciproche gelosie , tra le due scuole.

L’organizzazione sanitaria, sotto il regno dei Borbone di Napoli, rappresenta, come in ogni epoca, lo specchio fedele della società, dei suoi fermenti, dei travagli culturali ed economici che si verificarono sotto la dinastia.

Povertà, carestie, epidemie sono strettamente correlate ai turbolenti avvenimenti sociali che prepararono la rivoluzione francese, i moti carbonari, la repubblica Napoletana, la restaurazione, ecc.

I Borbone governarono in un periodo relativamente fecondo per le conoscenze mediche: in realtà dall’empirismo si transitò alle soglie della modernità per la medicina come professione, protesa a migliorare la salute ed il benessere della società.

Ma in quel periodo si apre in tutta Europa il contenzioso tra le istituzioni universitarie dotte, conservatrici, rifacentesi ad una scienza statica di stampo Ippocratico-Galenico , da un lato , e dall’altro, da associazioni e consorterie di empirici, barbieri, girovaghi da fiera che praticavano atti medici ovunque.

I primi parlavano in Latino e disprezzavano gesti cruenti ed assistenziali sull’ammalato, i secondi si trasmettevano le conoscenze oralmente, applicavano sanguisughe, effettuavano clisteri, e spesso interventi chirurgici condotti con discreta competenza ed audacia.

 Ed io stesso ricordo, ero ragazzo, che  allorquando qualcuno si procurava ferite sanguinante alla testa od anche in altre parti del corpo, si correva dal barbiere  che depilava e puliva con abbondante alcool la ferita, applicava mignatte, e bendava, per quanto possibile la ferita.

Lo scontro tra queste due figure antitetiche, medici ed ambulanti, rappresentò il travaglio della medicina del settecento ed anche ben oltre. 

Nel Regno Napoletano, una maggiore tendenza alla moderazione ,invero, evitarono episodi incresciosi nelle categorie esercitanti l’ars medica.

E proprio a Napoli l’attività medica rappresenta  l’espressione clinica della observatio et ratio, cioè della osservazione e del ragionamento, che furono i capisaldi nella scuola medica Napoletana.

Il collegio medico, con sede presso l’Ospedale “Incurabili”, con le sue rigide regole e con la stretta aderenza alle problematiche assistenziali dell’ospedale, fu comunque autonomo dal potere universitario sino alla caduta del regno, pur con alterne vicende e periodi di chiusura.

Oltre a questi travagli e lotte tra istituzioni la medicina del Regno Borbonico dovette fare i conti con pestilenze, epidemie di colera e vaiolo. La Medicina durante la dinastia Borbonica, non fu da meno che negli altri Stati, per livelli assistenziali  e caritatevoli verso i bisognosi .

Le prime istituzioni assistenziali furono ospizi per poveri reietti abbandonati.
E Palazzo Fuga, quell’immenso palazzo che ancora oggi si nota entrando in Napoli, a piazza Carlo III, (“il Serraglio per i napoletani”) sorto per volontà di Carlo III di Borbone, rappresenta il sogno dell’utopia illuministica che vuole raggruppare i poveri, gli indigenti al di fuori della città reale.

Affianco ad essi, agli ospizi, trovano spazio i bisognosi di cure e i pazienti non curabili presso il proprio domicilio. 

Sorge l’ospizio-ospedale, sintesi del desiderio di alleviare i poveri, ed al tempo stesso di curare e di isolare  i malati più gravi.

Era frequente anche ritrovare ,accanto a Conventi e Chiese , un locale adibito al ricovero di pellegrini e indigenti ed un altro, accanto, a cui accedevano i veri e propri infermi.

Solo nell’ottocento si arriva alla nascita della medicina specialistica e dell’ ospedale inteso come luogo di cura secondo l’accezione moderna.

E’ possibile intravedere per tutto l’arco del regno borbonico vari percorsi di approfondimento nello svilupparsi della tradizione medica.

1) percorso della formazione universitaria che conferivano il titolo di Dottore in Medicina e Chirurgia nella scia degli insegnamenti di Ippocrate.

2) il percorso della carità e delle fondazioni caritatevoli che rappresentano, il primo mattone su cui si costruiscono strutture e stabilimenti ospedalieri.

Nella città di Napoli  si accentrava l’esercizio della medicina ospedaliera e di fatto venivano sperimentati quei modelli organizzativi che solo secondariamente venivano esportati in tutto il regno.

Ma ad affermare il binomio Sanità-Società  contribuirono le frequenti epidemie di vaiuolo, di colera  e di altre malattie contagiose  con la istituzione di condotte mediche per la comprensione  e la soluzione degli eventi.                                                  

Venne promossa la nascita di una medicina militare al servizio degli eserciti anche sui campi di battaglia.                                                                             

Le modifiche delle armi bianche e delle armi da fuoco  costrinsero i chirurghi alla applicazione di impiastri e bendaggi sempre più sofisticati che tuttavia, non risparmiavano  emorragie e setticemie tra la impotenza dei cerusici(chirurghi).

I Borbone furono la prima dinastia al Mondo che intraprese la vaccinazione antivaiolosa col metodo jenneriano,  sperimentandola prima su se stessa e diffondendola,poi nel Regno.

3) Vi è poi il percorso interessantissimo della rete assistenziale ospedaliera che è ancora rappresentata nella toponomastica e nella cartografia cittadina.             

Gli ospedali dei Borboni rappresentano tuttora, l’80% della rete assistenziale esistente nella Napoli di oggi. Basti citare l’ospedale della Pace con il suo Lazzaretto, l’ospedale della Nunziata con la ruota annessa per i neonati abbandonati, l’ospedale degli Incurabili, l’Ospedale  Pellegrini deputato ai ricoveri acuti.

Altri ospedali sono scomparsi come l’ospedale di S. Nicola al porto, l’ospedale di S. Maria delle fede per il ricovero delle prostitute inferme ed altri ancora.  

Si può affermare che, dopo due secoli di sudditanza in qualità di provincia della Spagna e dell’Austria ,Napoli divenne la capitale di un regno indipendente sotto Carlo di Borbone; un sovrano dalla reputazione illuminata che trasformò a capitale del suo regno, Napoli, dandole un’impronta così spiccata che la Napoli che oggi noi vediamo è soprattutto una città Borbonica.
 A proposito del Re, scriveva all’epoca Bernardo Tanucci : 
”Recentemente il buon re di Spagna mi ha mandato un balsamo che sotto la mia direzione ho fatto sperimentare nell’ospedale costruito a Posillipo a spese del re. Sono guariti quelle che soffrivano della forma intestinale, ma il balsamo è risultato inutile per coloro i cui polmoni erano stati attaccati.”

Il 2 ottobre 1836, scoppia il colera a Napoli, il Re visita gli ospedali e percorre i rioni ove con maggiore violenza e virulenza infuria l’epidemia.

Un farmacista distribuisce medicine gratis ai bisognosi ed il I° chirurgo dell’ospedale di S. Maria la fede, Cav. Santoro,destinò ai malati indigenti le sue retribuzioni per tutta la durata dell’epidemia.
   

I problemi cui dovevano far fronte avevano nomi che evocavano sciagura: pestevaiolo, e più tardi colera.                                                                

Se non morivano di questa terribile malattia, ne venivano spesso segnati indelebilmente, con deformazioni e tumefazioni diffuse su tutto il corpo.             

Il vaccino in grado di arginare questa malattia fu ostacolata soprattutto a causa di quelle madri che vedevano nell’ingerenza della scienza e della medicina, una mancanza di rispetto nei confronti della volontà divina. 

Ma sul fronte politico, invece, le potenzialità dei vaccini furono accolte con immediata fiducia e si stabilì per Decreto Regio che i bambini andavano vaccinati per legge contro il vaiolo.                                                                                                                  

Ma a Napoli si andò anche oltre la Medicina tradizionale , cercando di estendere i propri interessi verso rimedi alternativi.

La medicina omeopatica fu introdotta per la prima volta proprio a Napoli nel 1821, soprattutto grazie agli studi ed all’opera del dottor Francesco Romani , medico di Corte del re Ferdinando I di Borbone.

L’Accademia Omeopatica fu tuttavia ostacolata con ogni mezzo dalla feroce opposizione dell’«Accademia Reale delle Scienze», ma, essa conserverà sempre la protezione della casa borbonica, favorevole all’omeopatia per tradizione familiare. e proprio nella città partenopea si trova anche la prima e più antica farmacia omeopatica, fondata nel 1896 e tuttora ivi esistente in piazza Dante.

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Tutto questo, ed altro ancora, caratterizzò la politica socio sanitaria ed assistenziale di una Dinastia che fu ostracizzata e demonizzata per fini esclusivamente diffamatori e che cadde solo a causa di un liberismo sfrenato ed amorale, di ispirazione anglosassone, i cui effetti nefasti sono evidenti ancora oggi!

A più di 70 anni dalla caduta della monarchia sabauda e dalla nascita della Repubblica Italiana, la storiografia tende ancora oggi a sottovalutare un aspetto essenziale:

 il Regno delle Due Sicilie non era uno staterello bensì lo Stato italiano preunitario più antico e più esteso territorialmente, comprendendo tutto il Sud continentale d’Italia: Campania, Calabrie, Puglie, Abruzzi, Molise, la parte meridionale del Lazio, al di qua del Faro e la Sicilia ,oltre il Faro.

Lo studio, non preconcetto, della sua storia ci trasmette l’immagine di un Regno e di una società non sradicati dalle correnti del pensiero illuministico europeo, che cerca, a dispetto del ribellismo popolare. di spezzare i tradizionali e radicati rapporti feudali e di avviare una industrializzazione, in alcuni settori chiave come la siderurgia, le miniere, l’enologia, la navigazione, ecc.).

Eppure se ne determinò la fine. E qui mi piace  concludere con quando si legge su  “Dimensioni Nuove” che riporto integralmente:

“L’ultimo sovrano del Regno, il giovanissimo Francesco II, dopo aver assistito al tradimento dei suoi generali che in Sicilia vendettero la loro desistenza ripagati dal denaro distribuito da Garibaldi e dagli emissari piemontesi mandati da Cavour, preferì allontanarsi da Napoli ed organizzò l’estrema resistenza a Gaeta piegata dopo tre mesi”.

 “Rivolse queste nobili parole ai suoi sudditi per giustificare il suo operato:

“In mezzo a continue cospirazioni, non ho fatto versare una sola goccia di sangue “

“E poi ricorda la verità più cruda:

“Ho creduto in buona fede che il re del Piemonte, che si diceva mio fratello e mio amico, non avrebbe rotto tutti i trattati e violate tutte le leggi per invadere tutti i miei stati in piena pace, senza motivi né dichiarazioni di guerra”. Poi partì in esilio.
Al suo passaggio e a quello della sua giovanissima sposa Sofia, i soldati s’inginocchiarono commossi. Molti di loro finirono a Fenestrelle e negli altri famigerati lager piemontesi e dalle calunnie e dalle iniquità del “Risorgimento” sorgeva, la Questione meridionale” ancora oggi irrisolta.

Bibliografia

1) F. Garofano Venosta, E. De Rosa, “Le leggi sanitarie nelle augustali federiciane,” in “Pagine di storia della medicina”, 1970.

2) Fra Salimbene De Adam, “Cronica”, Laterza, Bari, 1966

3) Huillard-Bréholles, “Historia diplomatica Friderici Secundi sive Constitutiones, privilegia, mandata, instrumenta quae supersunt istius imperatoris et filiorum eius”, Parigi, 1854.

4) Gianni Iacovelli, “Ordinamenti sanitari nelle Costituzioni di Federico”, Bari, 1986.

5) David Abulafia, “Frederick II. A medieval emperor”, London, 1988.

Copyright  © Francesco Sernia

nella foto, un dipinto di Gaspare Traversi, Il ferito, 1752


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