di Lidia Di Lorenzo

Dopo le maestre, che avevano conseguito un diploma e vinto un concorso, nella scala sociale delle donne c’erano le ricamatrici e le sarte.

L’arte del ricamo era atavica e la praticavano tutte le fanciulle di buona famiglia, ed erano poche, che provviste anche di una sufficiente dote, ambivano sposare un impiegato del comune, un ragioniere, un militare e fare “le signore”, magari in città. In attesa di cotanta fortuna, a contatto solo col filo e l’ago, non con la vanga e la zappa, si ingentilivano nelle mani e nei comportamenti, si esprimevano in termini più aggraziati, modulavano meglio la voce. Anche i lineamenti del viso ne risentivano, come l’espressione della bocca. Trasferivano sulla piega delle lenzuola complicati disegni con abili intrecci di cotone, dopo aver sapientemente eliminato alcuni fili dalla trama della stoffa da ornare. Alcune lavoravano per il proprio corredo, altre a pagamento anche per quello delle altre. Era un lavoro raffinato di cui si vantavano e consentiva di fare bella figura con la futura suocera. Alcune sapevano usare anche fili dorati per biancheria di alta classe. Tutte le donne però si dovevano dotare, insieme ad altri numerosi capi, di primo e secondo letto. Il primo si usava la prima notte di nozze, quando gli orizzonti dei viaggi erano circoscritti a poche centinaia di metri da casa. Per questa irripetibile circostanza il lenzuolo veniva decorato con ricami a forte rilievo. Per lo più grappoli d’uva simbolo di fecondità, angioletti paffuti e putti discinti; per il secondo letto, le decorazioni si limitavano ad ampi trafori, sotto i quali veniva disposto, a lavoro ultimato, una carta colorata per farne risaltare il disegno.

Il mestiere delle ricamatrici decadde col sopraggiungere delle macchine per ricamare. Queste potevano eseguire in poche ore il lavoro di un mese di una ricamatrice a mano, ed il risultato sembrava anche più preciso e complesso. La rivalutazione del lavoro artigianale ci sarà molti anni dopo.

Al posto delle ricamatrici vennero le sarte, alcune ex ricamatrici, che necessariamente avevano bisogno di macchine. Allora le ragazze ambiziose chiesero di possedere una Singer o una Necchi, così come oggi chiedono un computer portatile. Ma le maestre di cucito erano poche. Solo una o due per paese. E la popolazione si divideva fra le due, in quanto andare sempre dalla stessa sarta era quasi un dovere.

Si acquistava la stoffa al mercato, del colore e del peso desiderato e si portava dalla sarta per la confezione. Occorrevano una o due prove per portare a consegna il lavoro.

Consegnato alla guerra e alla storia o relegato in qualche sperduta casa del paese il costume tradizionale, ci si orientò sui modelli scelti su un catalogo, che le maestre stesse possedevano, acquistato in città. A quei modelli venivano apportate delle modifiche, in modo da adattare la confezione al corpo, all’età della cliente, al giudizio morale del paese, nonché all’esame del parroco, custode severo della condotta anche apparente delle fanciulle, allorché queste si recavano in chiesa per la messa o all’adunanza della domenica pomeriggio, unica uscita mondana ad esse consentita.

Le sarte, però, non erano solo maestre di cucito. Avendo intorno a sé gruppi di giovani allieve che la aiutavano mentre imparavano il mestiere, diventavano anche maestre di vita. Andando spesso in città per acquistare ciò che era necessario al loro lavoro, si recavano anche all’edicola per i giornali di moda, per i cartamodelli. Lì acquistavano anche il peccaminoso Grand Hotel e il famigerato Bolero Film, nei quali una attrice dalla bocca troppo grande e dal seno prosperoso interpretava storie d’amore di povere operaie che sposavano i padroni delle industrie, scarpe lucide e mascella volitiva, di ragazze ingenue, sedotte e abbandonate, che infine ritrovavano il proprio amore, di peccatrici pentite, perdonate e riabilitate, di mamme cacciate di casa per errore, che ritrovavano mariti e figli in punto di morte.  Ed era tutta una attesa delle allieve sarte del ritorno della maestra da Caserta, per leggere tutte insieme la puntata successiva delle appassionanti storie a lieto fine. E così dalle sarte ci si apriva al mondo, si imparava a sognare il riscatto dalla condizione paesana, e perché no, si apprendeva il gioco della seduzione.

autore: Lidia Di Lorenzo



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